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Archeo giugno 1992
Maratona
Tra i fatti d'arme che caratterizzano il
periodo ellenico, la battaglia di Maratona:pur inconsueta nella sua dinamica
tra quelle che vedono impegnate le falangi oplitiche, essa è infatti
assurta, nella coscienza non soltanto greca, a simbolo della libertà, dello
scontro tra due culture e due mondi, tra Oriente e Occidente. NELL'ESTATE DEL 490 A.C., LA FLOTTA PERSIANA SI DIRIGE IN MISSIONE PUNITIVA CONTRO ATENE LA STRATEGIA D'ATTACCO IMPOSTA DA MILZIADE SI RIVELA DECISIVA PER L'ESITO DEL CONFRONTO TRA LE VITTIME DELLA BATTAGLIA IL FRATELLO DEL POETA ESCHILO
Nel cuore dell'estate 490, continuando in direzione di Atene la missione punitiva intrapresa contro le città greche responsabili della distruzione di Sardi (498 a.C.), la flotta persiana - che già aveva costretto le Cicladi alla resa e aveva distrutto Eretria deportandone la popolazione - sbarcò l'esercito che trasportava nella piana di Maratona. Al comando di Dati prese terra una forza di 20.000 uomini circa. La scelta dell'approdo non era stata casuale. Non lontana da Eretria e facilmente accessibile dal mare, la piatta fascia alluvionale compresa tra l'Egeo e i monti orientali dell'Attica era stata probabilmente suggerita ai Persiani dall'ateniese Ippia: il quale, profugo da tempo presso il Gran Re, aveva però ancora molti partigiani in Atene e sperava di prendere la signoria della città. Egli ricordava forse lo sbarco del padre suo, Pisistrato, e il favore goduto dal tiranno nelle regioni nord-orientali dell'Attica: certo riteneva che la conformazione del luogo si prestasse alle manovre della cavalleria persiana. Se gli Ateniesi avessero accettato di darvi battaglia, le possibilità di vittoria per gli invasori sarebbero aumentate di molto; se, viceversa, non si fossero mossi dalla città, le forze di Dati avrebbero potuto avanzare su Atene, raccogliendo per via il sostegno dei seguaci di Ippia.
Atene, tuttavia reagì con prontezza. Vincendo l'opposizione di chi avrebbe voluto limitarsi a difendere le mura. Milziade aveva infatti imposto l'adozione di una strategia decisamente offensiva (dein exiénai, bisogna uscire, recita il testo del decreto a lui attribuito). E così, dopo aver spedito un messo - il famoso Filippide - a chiedere l'aiuto di Sparta, l'esercito ateniese mosse contro il nemico. Seguendo la via che passa per Pallene e costeggia il Pentelico, l'armata raggiunse la piana di Maratona tanto rapidamente da impedire ogni mossa ai Persiani. Gli opliti di Atene - 6 o 7 mila uomini in tutto, al comando del polemarco Callimaco di Aphidna e dei dieci strateghi, uno dei quali era Milziade - si accamparono lungo le pendici del monte Agrieliki, attorno al recinto sacro ad Eracle (oggi identificato con il luogo ove sorge la chiesetta di Ag. Demetrios), in una posizione che consentiva loro di controllare gli sbocchi verso la piana. Qui, quando erano già in posizione, gli Ateniesi vennero raggiunti dal contingente di Platea, forte di 600 uomini circa. Per alcuni giorni i due eserciti si fronteggiarono senza muoversi. Dati non osava attaccare il campo degli Ateniesi; questi a loro volta, non intendevano esporsi ad uno scontro nella pianura.
Una sola considerazione, a nostro avviso, può forse indurre a preferire quest'ultima ipotesi. A rischiare la battaglia gli Ateniesi dovettero essere indotti da una mossa dei Persiani che non lasciava alternative. Dati attendeva un segnale dei partigiani di Ippia, che avrebbe dovuto insorgere e consegnargli la città; segnale che non veniva. E' possibile che il comandante persiano, alle strette per l'imminente arrivo degli Spartani (di cui doveva essere informato), si sia risolto a tentare un colpo di mano; ed abbia spedito un contingente per attaccare Atene via mare. Assai superiori nel settore delle truppe leggere, i Persiani non si attendevano assolutamente un attacco; e quindi, forse per distrarre il nemico, certo per ostacolarne i movimenti, avanzarono alquanto il nucleo principale delle loro forze, portandolo secondo Erodoto ad otto stadi soltanto (meno di un miglio) dalle posizioni tenute dai Greci. Un piano semplice Fu allora che, forse al corrente della mossa avversaria, Callimaco si risolse a tentare la battaglia, voluta soprattutto da Milziade. Un piano concepito da quest'ultimo era relativamente semplice. I fanti ateniesi dovevano annullare il più rapidamente possibile la distanza che li separava dal nemico, per sottrarsi alla pioggia di dardi che gli arcieri persiani avrebbero scagliato su di loro, e passare subito allo scontro ravvicinato. Protetto dagli schinieri e dall'elmo in bronzo, dalla corazza pure in bronzo o in lino pressato, dal grande scudo <argivo> (hoplon) che gli dava il nome, armato dalla spada e soprattutto dalla lunga lancia da urto, l'oplita greco sarebbe stato assai avvantaggiato in questo tipo di lotta. Per
vincere occorrevano, tuttavia, alcune ulteriori cautele. Troppo esteso per
essere interamente coperto dalla falange greca nella sua disposizione
abituale, su otto linee di profondità, lo schieramento persiano non poteva
non poteva però neppure essere attaccato al centro: se anche avessero
sfondato, gli opliti ateniesi si sarebbero infatti trovati esposti al tiro
degli arcieri persiana schierati sui fianchi, rischiando di subire perdite
gravi. Milziade decise dunque di estendere nella piana il fronte del proprio
esercito, sovrapponendolo completamente a quello avversario, anche se per
ottenere questo risultato egli fu costretto a disporre i suoi uomini in modo
che <<il settore centrale fosse su poche file, mentre più profondo e solido
era ciascuno dei fianchi>>(Erodoto).
La vittoria delle ali e la loro successiva conversione avrebbero impedito al
centro nemico di sfruttare la sua maggiore agilità nel sottrarsi al contatto In seno allo schieramento greco Callimaco comandava la destra, alla testa della sua tribù, l'Aiantide; mentre le altre seguivano nell'ordine consueto. Chiudeva la fila il contingente dei Plateesi. Dati schierò sul centro le sue truppe migliori, la fanteria pesante persiana, parzialmente corazzata, e i Saci, di stirpe tracia, probabilmente cavalieri; mentre sui lati stavano i contingenti delle popolazioni soggette, tra cui quello dei Greci d'Asia. Dopo aver celebrato i sacrifici con esito fausto, gli Ateniesi mossero all'attacco. Malgrado l'assenso di Erodoto, non è credibile che essi abbiano compiuto di corsa l'intero tragitto che li separava dal nemico; dopo essersi accostati a passo di marcia, essi lanciarono la carica probabilmente all'ultimo, nel momento in cui giungevano a tiro degli arcieri persiana. Sia la protezione offerta da scudi e corazze, evidentemente in grado di limitare l'efficacia dell'azione, ridussero gradualmente i rischi di una mossa che i Persiani avevano guidicato pazzesca. Inseguire il nemico
Sul centro la vittoria arrise ai barbari, i
quali, dopo essersi aperti un varco, inseguirono il nemico verso l'interno.
Su entrambi i fianchi, invece, Ateniesi e Plateesi ebbero la meglio. Sebbene
vittoriose, queste truppe permisero tuttavia ai barbari in rotta di fronte a
loro di fuggire; dopo essersi riorganizzate, esse operarono dal canto loro
una conversione, attaccando invece, fino a sopraffarle, le forze che avevano
sfondato sul centro. Dopo una breve sosta per riprendere fiato, gli opliti
di Atene si lanciarono all'inseguimento del nemico in fuga, << facendone
strage, fino a che giunsero sulla riva del mare; qui diedero mano al fuoco e
si gettarono sulle navi>>, evidentemente tornate a raccogliere le loro
armate allo sbando. <<Durante questa azione perirono non soltanto il
polemarco Callimaco, che si era battuto da prode, e uno degli strateghi,
Stesilao figlio di Trasilao; ma anche Cinogiro figlio di Euferione>>
(fratello del poeta tragico Eschilo), <<il quale, afferratosi agli aplustri
di una nave, ebbe la mano mozzata da un colpo di scure e morì>>(Erodoto).
Nella battaglia caddero 192 soldati Ateniesi, alcuni dei quali illustri, contro 6400 Persiani; i quali ebbero anche sette navi distrutte. Il tentativo successivamente compiuto dalla flotta persiana in direzione di Atene (donde era finalmente venuto il segnale dei partigiani di Ippia) fu sventato dal pronto ritorno degli opliti, accorsi a tappe forzate in difesa della città. I morti furono cremati; il tumulo eretto sulle loro ossa è ancor oggi visibile nella piana. La vittoria venne celebrata sia localmente, con l'erezione di stele che ricordavano il nome dei caduti, tribù per tribù, e poi (forse nel momento dell'ascesa politica del figlio) di un monumento a Milziade; sia Delfi, dove il <<tesoro>> degli Ateniesi si arricchì di un gruppo di statue attribuite a Fidia; sia, infine, ad Olimpia, che ricevette un trofeo di armi persiane, dal quale proviene forse l'esemplare di elmo ora conservato al locale Museo Archeologico. Giovanni Brizzi con i contributi di Anna Maria Liberati, Francesco Silverio e Giancarlo Susini |
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