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Palle...late è un piccolo angolo aperto a brevi
narrazione di grosse "Balle". Chiunque volesse inviarci del materiale su
questo argomento può farlo, utilizzando il seguente indirizzo e-mail:
vinciappina@hotmail.it
Il materiale ricevuto, sarà attentamente esaminato,
se ritenuto idoneo verrà pubblicato in questo spazio. Ogni brano
riporterà il nome ed il cognome dell'autore.
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Italo Calvino
L’antilingua
Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere.
L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’
balbettando attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e
senza una parola di troppo.
"Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la
stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone.
Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria
di sopra era stata scassinata".
Impassibile, il brigadiere batte veloce sui
tasti la sua fedele trascrizione: "Il sottoscritto essendosi recato nelle
prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire
l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso
nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in
posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del
combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli
nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a
conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante".
Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per
un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini
traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua
italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti
ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di
telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che
definirei il "terrore semantico", cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che
abbia di per se stesso un significato, come se "fiasco" "stufa" "carbone"
fossero parole oscene, come se "andare" "trovare" "sapere" indicassero
azioni turpi.
Nell’antilingua i significati sono costantemente
allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se
stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e
sfuggente. "Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da
preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loro forza" come
ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato su queste colonne
un’efficace descrizione. Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare
familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover
sottintendere: io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben
più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto
di tutto, anche di me stesso". La motivazione psicologica dell’antilingua è
la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se
stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa
comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione.
Perciò
dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire "ho fatto" ma deve
dire "ho effettuato" – la lingua viene uccisa. […] La nostra epoca è caratterizzata da questa
contraddizione: da una parte abbiamo bisogno che tutto quel che viene detto
sia immediatamente traducibile in altre lingue; dall’altra abbiamo la
coscienza che ogni lingua è un sistema di pensiero a sé stante,
intraducibile per definizione. Le mie previsioni
sono queste: ogni lingua si concentrerà attorno a due poli: un polo di
immediata traducibilità nelle altre lingue con cui sarà indispensabile
comunicare, tendente ad avvicinarsi a una sorta di interlingua mondiale ad
alto livello; e un polo in cui si distillerà l’essenza più peculiare e
segreta della lingua, intraducibile per eccellenza, e di cui saranno
investiti istituti diversi come l’argot popolare e la creatività poetica
della letteratura. L’italiano nella
sua anima lungamente soffocata, ha tutto quello che ci vuole per tenere
insieme l’uno e l’altro
polo: la possibilità d’essere una lingua agile, ricca, liberamente
costruttiva, robustamente
centrata sui verbi, dotata d’una varia gamma di ritmi nella frase.
L’antilingua invece esclude sia la comunicazione traducibile, sia la
profondità espressiva. La situazione sta in questi termini: per l’italiano
trasformarsi in una lingua moderna equivale in larga parte a diventare
veramente se stesso, a realizzare la propria essenza; se invece la spinta
verso l’antilingua non si ferma ma continua a dilagare, l’italiano
scomparirà dalla carta linguistica d’Europa come uno strumento inservibile.
I. Calvino, ne "Il
Giorno", 3 febbraio 1965, ora in Una pietra sopra , Milano, Mondadori, 2002,
p.149.
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