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Enzo
Ciappina è un artista che, forse, inconsapevolmente, coniuga l’immediata
portata estetica dei significati o concetti oggettivamente implicati dalle
immagine poetiche con la “positività” concreta del
reale. La “genialità” poetica, multiforme e complessa, lo induce a chiedere alla materia, nelle sue varie manifestazioni, di estrinsecare quella forma essenziale costituente l’anima delle cose. E’ l’eterno enigma. Ma se l’enigma si potesse svelare vi conosceremmo l’odissea dello spirito, che cercandosi sfugge a se stesso. All’interno della materia, vi è una forza operosa che l’affatica, di moto in moto, e il tempo trasforma l’uomo, le sue cose e le estreme sembianze della terra e del cielo. A questa spiritualità, dentro le cose, Enzo Ciappina, con vigore plastico chiede di esprimersi. Talora nel legno, altre volte nell’argilla, nel vetro, nel ferro viene attualizzata una maieutica dianoetica. Osservando il suo “Cavallo di Troia” imponente com’è, non possiamo non immaginare l’humus storico organicamente presente nell’opera d’arte. Ha ragione Croce quando dice che la poesia, la scultura, l’opera d’arte in genere non “tratta problemi”, ma forma immagini di vita in atto. Enzo Ciappina nel “Ventre del Cavallo” e nelle stilizzate rappresentazioni esterne, vi ha collocato tutta intera la problematica dell’arte e della poesia greca, non disgiunta dai drammi contenuti ed emergenti dall’humus storico. Osserviamo ancora altra opera: “La donna pudica”, in atteggiamento ri-flettente e ricaviamo, simbolicamente, l’espressione aggrovigliata di un pentimento, di una colpa ineluttabilmente riconducibile all’essere donna. Dal nudo emerge, nel groviglio del pentimento, la dicotomia affiorante dall’ambivalenza culturale che il corpo interpreta quale fardello o “prigione oscura” per un’anima la cui sede è altrove. Enzo Ciappina tratta la materia con “garbo poetico”; è consapevole che la forma è l’atto di una “potenza” inespressa ed inesprimibile al di fuori dell’azione maieutica dell’artista. L’opera deve acquistare la parola e questo linguaggio muove dall’azione promotrice di una “causa efficiente” o “motrice”, cara ad Aristotele. L’artista è chiamato a questo compito, che per lui è un dovere etico. Egli deve essere capace, e Ciappina lo è, di suscitare nel finito dell’opera l’infinito della natura. Ed è proprio dove finito ed infinito coincidono che si realizza, nello stupore, l’opera d’arte. Ciappina ha percorso un itinerario lungo e intenso ed ha maturato una felice sintesi di storica umanità. Carmelo
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